domenica 15 aprile 2012

E’ lo strumentista al servizio dello strumento o è lo strumento al servizio dello strumentista? (Di Giovanni Monteforte)



"- E’ lo strumentista al servizio dello strumento o è lo strumento al servizio dello strumentista?
La risposta è insita nel termine stesso: infatti la nozione di strumento implica che è questo ad essere al servizio dell’esecutore e non viceversa. Non sarebbe quindi il chitarrista a diversi assoggettare alle variegate possibilità offerte dalla tastiera, ma viceversa le logiche della tastiera a doversi piegare alle esigenze pratiche dell’esecutore (galileiani-umanisti e pitagorici-scientisti a confronto!). Farsi coinvolgere dalla molteplici possibilità numeriche di diteggiatura offerte della struttura della tastiera potrebbe quindi equivalere:
1) al naufragare nel “grossolano mondo atomistico” (R.Steiner);
2) la genialità consiste nel saper “ridurre strutture complesse a rapporti semplici” (A. Einstein);
3) è ottimale il noto principio economico ottenere il massimo risultato col minor dispendio di risorse.
Inoltre ai due stimolanti video didattici del didatta e virtuoso Jimmy Bruno “Nonsense Guitar”, nei quali si condannano gli “Allargamenti” (“Finger-stretchs”) in quanto insensati, si aggiungerebbe la secolare tradizione della chitarra classica che ha trovato un punto culminante nei preziosi esempi di diteggiature scalari di Andres Segovia (“Diatonic Major and Minor Scales” - Ed. Columbia Music Co.”) fascicoletto nel quale agli “Allargamenti” vengono preferiti gli “Smanicamenti” su di una stessa corda. Da tutto ciò deriverebbe che l’impostazione ottimale allo strumento sarebbe quindi quella a “4ditax4tasti” o in “quadruplo”, come dicono i chitarristi classici, ovvero “Interhand” come diceva Barney Kessel (...nonostante facesse largo uso di “finger-stretchs”). Ovvero la chitarra si suonerebbe “dentro la mano” senza allargamenti o meglio, eseguendo gli allargamenti solo quelle rare volte in cui è strettamente inevitabile poichè non ci sono alternative! Tutto ciò giocherebbe a sfavore dei testi sacri della chitarra-jazz oggi più seguiti come quelli di William Leavitt o di Mick Goodrick, così come di Chuck Wayne (“Scales”), oltre a due miei testi dedicati alle diteggiature numerate e che costringono al “finger-stretchs” (...ovviamente per “par condicio” ne ho pubblicati altri due che prescrivono esattamente il contrario!). Tenendo presente che una cosa è eseguire una diteggiatura prestabilita anche ai fini della pennata e altra cosa è invece improvvisare le diteggiature ex-novo: gli “Allargamenti” sarebbero quindi l’eccezione e non la regola ?
A questo punto vista la numerosa presenza in FB di autorevolissimi chitarristi jazz italiano di profilo internazionale si potrebbe aprire un dibattito...

Giovanni Monteforte
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7 commenti:

Anonimo ha detto...

Buona sera, ho scoperto questo sito solo da poco e vorrei collegarmi al discorso di Monteforte riguardo al "dilemma" strumentista a servizio dello strumento o viceversa. Interessante spunto di riflessione, anche riguardo l'analisi dei fingerstretches (in uno dei libri di studio già citati, sotto ad uno di questi esercizi scrissi a penna ben rimarcato “SPACCADITA”).
Forse è possibile collocare l’inizio degli interhand con l’approccio stilistico del violinista Paganini famoso per le posizioni fortemente innaturali della propria mano al fine di eseguire virtuosismi di salti d'ottava e alternanza tra registri bassi e alti: ma ciò era utile per poter esprimere la propria musicalità e sonorità. Ritornando al mondo chitarristico, penso si possano fare varie eccezioni tra chitarristi, in quanto se da un lato da parte di qualcuno il posizionare la mano in diteggiature impossibili sia un marchio di virtuosismo, per altri diventa quasi una necessità essenziale nell’istante in cui si suona.
Lo svolgere esercizi basati sull’allargamento della mano sono sicuramente utili per una conoscenza più approfondita della chitarra perché costringono ad osservare la tastiera da un altro punto di vista.
D’altro canto, ricordo di aver letto che anche il grande Franco Cerri si è trovato talvolta a dover fare delle “capriole” con le dita della mano sinistra per poter andare a prendere una determinata nota: ebbene è proprio di quella determinata ed essenziale nota che si pone il fulcro. Se un chitarrista è prima di tutto musicista, allora tende a suonare ciò che il suo cuore e la sua mente gli suggeriscono di suonare in quell’istante, costringendolo ad allungare la mano per poter raccogliere la nota che renderà musicale l’assolo o l’accompagnamento: purtroppo o per fortuna è questione di attimi. Anche osservando vari video di giganti della chitarra come Barney Kessel, Tal Farlow, Jimmy Raney, si può osservare che talune posizioni sono dettate da un senso melodico fortemente istintivo. A conclusione preferisco considerare gli “allargamenti” uno strumento da porre allo strumento chitarra, per poter comunicare il proprio istinto e musicalità.
Ciao
Fabio Spelta

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